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Un libro che ti consiglio, se sai l’inglese, è la storia raccontata da Moneyball. L’ho anche spiegato in una puntata del mio podcast “Sport MarktingBooks“.

Qui però, vorrei raccontare cosa mi ha fatto capire. Ogni lettore scopre qualcosa di personale e qui voglio condividere proprio questa parte della lettura.

Aldilà della parte più tecnica del baseball, che poco avrebbe da condividere con gli altri sport, quello che mi ha lasciato è divisibile in tre punti principali:

  1. Analisi matematiche in un mondo (quello sportivo) arretrato. Nello sport, anche italiano, non si è inclini alle analisi e ai numeri. Si preferisce fare come “si è sempre fatto”, con l’idea di arrangiarsi come meglio si può. Anche nel marketing, poco viene fatto in ambito di reportistica, e quando la si fa, per esempio ad uso degli sponsor, capita anche che si falsifichino i numeri per dare un aspetto migliore della realtà. Per esempio aumentando le presenze alle partite ,” tanto chi vuoi che controlli”. Questo porta al secondo punto
  2. Riluttanza al cambiamento. Tutto quello che mette in discussione uno status quo, un modo di fare consolidato o che porti innovazioni non viste come impellenti è una minaccia. Come tale viene emarginata. Sia un’idea, una persona, una realtà concorrente, non importa ; l’obiettivo è non considerare quella novità come qualcosa che riguardi la nostra realtà sportiva di riferimento. “Noi funzioniamo diversamente, siamo sempre andati bene così”.
  3. Si perde un vantaggio competitivo che avranno altri. Il diverso modo di intendere il baseball del GM degli Oakland Atlethics, gli permise di fare “miracoli” con budget nettamente minori. Vincere come gli Yankees ma con un budget di 1/5 o meno, senza che gli altri capissero che non era fortuna, ma professionalità votata allo sport. In questo modo gli A’s sono riusciti ad arrivare molto in alto e molto di sovente, ora, sebbene ormai praticamente tutta la MLB abbia accettato questo modo nuovo di vedere come una rivoluzione copernicana valida per tutti, non vi è alcun dubbio che ad Oakland ci sia una marcia in più in questo senso e si sia in possesso di un progetto più evoluto. Lo stesso vale per qualisiasi mansione innovativa, dal marketing alla comunicazione o altro.

Quello che certamente non va bene, è restare alla modalità di fare sport management a cui siamo abituati. Quelle di sempre, quella fatta di improvvisazione, di persone non specializzate e non professioniste nel ruolo a loro assegnato.