Seleziona una pagina

Una delle conseguenze della pandemia è stato l’uso intensivo dei social networks. Tra questi certamente Instagram è stato tra i più utilizzati.

Anche i campioni hanno dovuto inventarsi qualcosa; tra le live e gare virtuali abbiamo avuto accesso ad una parte della vita degli atleti fino ad oggi mai esplorata. Sia per gli utenti che per gli sportivi. Questo ha reso il racconto più aderente al reale e alla personalità dell’atleta, ma ha anche messo in luce quei difetti (caratteriali e non) che gli esperti d’immagine, se presenti, avevano cercato di arginare.

La cosa, fino a pochi mesi fa impensabile, è stata la ripercussione negativa sulla carriera che questi gesti hanno portato. Abbiamo, ad esempio, Daniel Abt, pilota Audi licenziato dopo aver barato in una gara virtuale, o di Mesut Özil, le cui dichiarazioni sui social e comportamenti lontano dal campo hanno portato Adidas a non rinnovargli il contratto di sponsorizzazione.

C’è quindi, in questo momento specifico, un bilanciamento tra immagine personale e sportiva. Da capire anche come le società possano gestire gli atleti che si schierano pro/contro determinate cause politiche (per esempio la lotta contro il razzismo tanto in voga) in questo senso, credo si veda bene, chi gestisce e chi non sa gestire, lasciando l’atleta libero di dire e, in caso di buona causa, senza appoggio sui social. Con buona pace delle parole di facciata “siamo uniti, siamo una famiglia”. Parlano sempre i fatti.

Non sappiamo ancora, se e quando si tornerà alla normalità (o a qualcosa di simile) e se tutto questo servirà di lezione o, purtroppo sarà tutto dimenticato.