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Sono tanti e all’ordine del giorno, gli annunci che vedono ex-atleti diventare manager sportivi. La cosa è certamente positiva, ma non se questo avviene a pochi anni dall’addio al campo.

Il punto non è tanto che diventino dirigenti, quanto il fatto che vengano affidati a loro incarichi apicali senza la dovuta gavetta.

Infatti, come per l’attività svolta in campo, serve allenamento per fare il manager; allenamento mentale, una particolare modalità di vedere e saper gestire le responsabilità che non ha nulla a che fare con il modus operandi del campo.

Gestire una realtà sportiva è ben differente dall’essere un leader di spogliatoio; le conoscenze teoriche hanno bisogno di una lunga pratica che può essere svolta, comprendendone le varie sfaccettature, solo partendo dai piani più bassi dell’organizzazione. Questo però non avviene spesso per i manager ex-giocatori che erroneamente vengono ritenuti capaci di gestire meglio una realtà sportiva “perchè ne capiscono di questo sport”. In realtà è l’esatto opposto.

Questi manager sono spesso da copertina, per tifoserie sfegatate, appassionati dello sport o perchè capaci di polarizzare l’attenzione di stakeholders di vario tipo che possono tornare utili alla realtà in cui lavorano gli ex-giocatori.

Se nel mondo del calcio, ad esempio, Marotta (che non è un ex-giocatore) è considerato meglio di altri non è un caso. Gli altri spesso, sono ex-giocatori; Marotta ha una formazione aziendale. Non è un caso.