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Il coaching è un elemento non molto recente, ma nemmeno così innovativo. Specie agli alti livelli.

Consiste nel massimizzare le performance dei singoli atleti e del team, dando modo a tutti di dare il meglio di sè.

La performance da massimizzare non è una sola (a meno che non sia uno sport da praticare come singolo atleta) , ma almeno due: la performance del singolo e quella del team. Massimizzare la prima non necessariamente porta a massimizzare la seconda e viceversa. Questo è un dato non sempre tenuto in considerazione. Il team è un’armonia dove tutti suonano la stessa melodia, gli assoli vanno bene ma non sempre. Tutti si devono sentire utili alla causa.

Se questo vale per il team che mette piede sul campo, vale ancora di più per il team di dirigenti che “muove” quotidianamente le sorti della società nel lungo e lunghissimo periodo. Ma qui sorge il primo problema. Il coaching è infatti svolto, quasi sempre, solo con la prima squadra e non per la dirigenza. Sarà anche perchè se si considerano professionisti i giocatori, così non si può dire per i dirigenti, spesso inventati o poco formati.

Questo comporta errori nella comunicazione interna che con il tempo si “incancreniscono” e sfociano nella risposta più classica: “abbiamo sempre fatto così” ogni volta che questa falla viene sottolineata da consulente di turno chiamato a migliorare la comunicazione ed il marketing. Il problema è che alcuni aspetti della comunicazione non possono essere migliorati se non con una stretta collaborazione da parte degli altri membri della dirigenza. Il coaching per la dirigenza servirebbe proprio a questo, a dissipare i conflitti di responsabilità e massimizzare le performance del gruppo. Ogni persona ha un ruolo ed una responsabilità, niente più caccia ai colpevoli ma assunzione di responsabilità davanti ad una lezione da apprendere.

Un atteggiamento virtuoso in questo senso è chiaro che debba partire dal direttore generale; il primo a doversi mettere in discussione in questo coaching, in modo da apprendere maggiormente le capacità della leadership, senza il timore di perdere autorevolezza. Purtroppo, l’autoritarismo che si riscontra in certe realtà sportive italiane, rende lo sport management nostrano incapace di elevarsi di qualità nel suo complesso. Si spera che in un futuro non troppo lontano, le persone chiamate a dirigere le società sappiano tirare fuori il massimo non solo dal team che scende in campo ma anche dalla dirigenza professionale e preparata chiamata in causa.