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La scorsa settimana, in questo post, cercato di portare alla vostra attenzione alcuni concetti non ancora sviluppati nel nostro settore ed in generale nello sviluppo delle realtà lavorative, non ancora studiato a fondo.

Oggi vorrei approfondire il concetto di sostenibilità lavorativa. In questo caso sostenibilità fa riferimento ad un concetto di benessere. Un lavoro sostenibile è quindi un lavoro che non ha caratteristiche di tipo negativo.

1.ORARIO DI LAVORO

Come detto quindi, nel post della settimana scorsa, il lavoro deve avere orari definiti e non essere l’attività totalmente assorbente di una giornata. Nel Nord Europa l’orario è tendenzialmente dalle 9 alle 16.30; è evidente che una attività sportiva ha orari spesso altalenanti (partite, eventi per gli sponsor, conferenze stampa, etc.). L’orario giornaliero dovrebbe seguire le attività e considerarle parte integrante dell’orario lavorativo, non un extra non remunerato, come spessisimo succede, allungando inevitabilmente l’orario di presenza dei responsabili dei vari reparti coinvolti.

2.GIORNATE DI LAVORO

Collegato all’orario di lavoro è il numero di giorni in cui presenziare in ufficio/sul campo. Non è sostenibile, e neppure corretto, allontanare dalle proprie famiglie, dirigenti ed altro personale sette giorni alla settimana. Se però, per motivi straordinari, questo dovesse succedere, ci deve essere una contropartita in giorni di pausa o prima o dopo il periodo di “full immersion” che in particolari periodi dell’anno possono capitare. Personalmente sono anche contrario a far lavorare durante le festività (specialmente la dirigenza), ma se questo si reputa necessario, almeno venga riconosciuto un egual momento di stop durante la stagione. Spesso basterebbe una adeguata organizzazione (programmazione) prima, per poter mandare avanti, quel poco che viene fatto durante le festività, con una richiesta di tempo nettamente inferiore e relativo sollievo delle famiglie.

3.RICONOSCIMENTO ECONOMICO

Altro punto dolente è l’aspetto del riconoscimento economico. Spesso succede che le realtà sportive, riconoscano molto meno di altri settori alla propria dirigenza. Legati ancora al concetto vecchio di 30 anni fa, dove tutto era fatto da volontari che si inventavano esperti di marketing o altre mansioni, non si riesce a dare il giusto valore alla professionalizzazione dei ruoli e a ricompensare adeguatamente chi si specializza in una determinata mansione o materia. Non entro nella tematica contratti, ma ci sarebbe da dire molto anche su questo.

4.PROFESSIONALITA’ E FORMAZIONE

Ecco quindi sorgere il quarto problema: la bassa professionalità del settore sportivo. L’assenza di un sostegno economico alla formazione della dirigenza che non è incentivata, in generale, a frequentare corsi di aggiornamento che migliorerebbero le prestazioni del singolo a beneficio della realtà sportiva. Porterebbero informazioni di più alto livello a tutti, elevando l’intera struttura ad una maggiore professionalità. Non sono investimenti che vengono normalmente fatti.

5.SOVRACCARICO E SOTTODIMENSIONAMENTO

Al contrario si preferisce mantenere sottodimensionato il settore dirigenziale con un carico di responsabilità eccessive e tempi stretti di realizzazione su tutte le attività. Il risultato è un maggiore stress per il dirigente, minor qualità del lavoro e tempi sempre troppo stretti. Non si è obbligati a fare tutto, non si è obbligati anche a prendere atleti troppo costosi penalizzando la qualità della dirigenza, che è il vero cuore pulsante della società sportiva.

Un gruppo dirigente affiatato, privo di stress eccessivi dati da una programmazione attenta e gratificato sotto varie modalità e benefit vive meglio la propria vita, è più felice ed è più fedele al datore di lavoro.