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27 novembre 2014

Intervista a Farhad Bitani che ci spiega l'attentato alla partita di volley in Afghanistan


Notizia di pochi giorni fa è dell’attentato in Afghanistan durante una partita di volley, lo sport anche questa volta paga dazio. Chi si vuole divertire in alcune zone del mondo non ne ha diritto.


Mi è parso quindi naturale fare alcune domande su questa tragedia a Fahrad Bitani, autore del libro “L’Ultimo lenzuolo binaco” edito da Guaraldi, su cosa stia accadendo in Afghanistan e su questa tragedia che colpisce lo sport.

Per prima cosa grazie Fahrad di aver accettato questa intervista.In Afghanistan quanto è conosciuto il volley? È uno sport molto conosciuto?Il volley è molto conosciuto fra i giovani. Mi ricordo quando ero piccolo che tutti giocavano perché era l'unico sport che non era vietato dai talebani. Mi ricordo sempre che facevo il raccattapalle quando i miei cugini giocavano nelle strade di Kabul appendendo una rete a due alberi. Adesso è il terzo sport più praticato in Afghanistan dopo il cricket e il calcio.

Colpire lo sport cosa significa?Questa è una storia molto lunga, perché in questi casi centra la politica estera. Fare attentati negli stadi, nei palazzetti, come anche nei mercati, serve per mettere la paura nel cuore delle persone normali. Un altro fattore molto importante è la forza delle squadre Afghane: nel calcio l'Afghanistan ha vinto la Coppa della Federazione Calcistica dell'Asia Meridionale nel 2013; lo stesso anno ha partecipato al campionato mondiale di cricket e il mese scorso ha vinto contro il Pakistan; sono parecchie le competizioni vinte da atleti afghani negli ultimi tempi. Queste vittorie scatenano l'odio dei paesi vicini, perché quando gli afghani erano profughi venivano ingiuriati dai popoli presso i quali erano costretti a vivere; una volta tornati a casa i giovani afghani si sono stancati della guerra hanno voluto dimostrare al mondo il loro valore anche nello sport. Per questo i nemici del popolo afghano non sopportano i successi che sono simbolo del suo riscatto.

Perché nessuno sembra rivendicare l’attentato? Verrebbe da accusare i talebani ma non rivendicano l’accaduto, non è strano?
I talebani sono stati creati dai servizi segreti del Pakistan per tenere buona la gente semplice e in molte zone del paese godono ancora di una buona reputazione. Se guardiamo le immagini delle conseguenze dell'attentato al palazzetto dello sport di Pakhtika, vediamo i bambini dilaniati o mutilati, tutti civili afghani, e questo orrore non può essere sopportato dalla gente: per questo i talebani non rivendicheranno mai l'attentato, per non perdere il favore della gente.

Il fatto che Obama faccia restare truppe USA in Afghanistan è una buona cosa?In questo momento sì. Se non lo facesse farebbe lo stesso sbaglio che ha fatto in Iraq. Io accetto che l'Occidente non faccia nulla in Afghanistan, con 104 miliardi di dollari spesi, con tante truppe inutili che stanno in Afghanistan, fanno i loro sei mesi di missione e quando tornano mi raccontano di non essere mai usciti dalla caserma, ma almeno la loro presenza dimostra che l'attenzione del mondo è puntata sull'Afghanistan. La presenza delle truppe USA ha messo un morso alla bocca dei fondamentalisti. Se gli USA in questo momento uscissero dall'Afghanistan, sarebbe come togliere le briglie e scatenare una nuova guerra civile.

Parliamo del libro, potremmo definirlo uno squarcio sulla realtà, come ti sembra sia stato accolto dal pubblico italiano?Quando parlo della mia realtà al pubblico sono accolto con le bracci aperte, sempre. Perché purtroppo il popolo italiano ha una scarsissima conoscenza del Medio Oriente e del fondamentalismo. Non è colpa del popolo italiano, ma del modo in cui le informazioni vengono trasmesse o nascoste da chi detiene il potere. L'accoglienza di tantissimi italiani e il loro amore mi dà il coraggio, nonostante tantissime difficoltà, di lottare per salvare i loro figli dal fondamentalismo, raccontando la mia testimonianza.

Scriverai ancora qualcosa?
Questo non è un libro come tanti altri, che dopo un anno viene messo da parte. Ho scritto questo libro per combattere contro il fondamentalismo; non penso che questo combattimento mi conceda del tempo libero o una vita lunga per riuscire a scriverne un altro. Quando non sarò più in questo mondo altri potranno scrivere tanti libri su di me, ma io no.


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